I robot stanno per entrare nelle nostre case

Gli umanoidi stanno uscendo dai laboratori per entrare nella vita quotidiana. Fabbriche, logistica, assistenza, servizi e case: non sanno ancora fare tutto, ma hanno già cominciato ad abitare gli stessi spazi costruiti per noi.

Arrivano i robot!

Quasi sarebbe da non crederci, ma stanno per arrivare! Per un appassionato di tecnologia come il sottoscritto sarà l’avverarsi di una specie di fantasia: non più tardi di una decina di anni fa ricordo benissimo che mi dicevo: “Chissà se riuscirò a vedere, prima della fine della mia vita, il mondo popolato da robot intelligenti e magari anche le auto capaci di guidarsi autonomamente!”, Sono passati una manciata di anni appena ed è arrivata l’intelligenza artificiale con risultati ai limiti dell’incredibile. Ed ora, guardando su You Tube dei filmati cinesi sempre più sofisticati ci rendiamo conto che ormai è questione di pochi anni ed il mondo cambierà di nuovo, drasticamente. Ancor di più di come cambiò quando, sempre in pochi anni, vennero resi disponibili veri “miracoli” come il motore a vapore, quello a scoppio, poi l’elettricità, il telefono e la radio. Il tutto in meno di quindici anni! E il mondo del XX secolo fu totalmente diverso da quello dei millenni precedenti.

Nel XXI secolo noi abbiamo reso fruibile internet in modo finalmente esteso, ci è arrivata l’AI e fra poco potremo comprare un robot umanoide con intelligenza artificiale, magari a rate e ad un prezzo inferiore a quello della berlina di famiglia. Sembra un sogno: la realizzazione di quello che da ragazzi avevamo creduto pura fantascienza mentre leggevamo Asimov con le sue “tre Leggi della robotica”.

E il futuro?

Fior di futurologi, in primis l’illustre Noah Harari, hanno previsto che l’avvento dei robot rivoluzionerà il futuro dell’Homo Sapiens come mai era avvenuto finora. E dire che negli ultimi due secoli (e qui ricordo la nota similitudine che, equiparando a un’intera giornata di 24 ore il ciclo dell’homo sapiens, dal suo esordio sul pianeta Terra ad oggi, vedrebbe questi due secoli come gli ultimi due secondi della suddetta giornata!) abbiamo visto più innovazione tecnologica di quanto il suddetto Sapiens abbia prodotto da sempre.

Va ricordato che solo a metà ottocento venne resa disponibile una fonte di energia alternativa a quella animale: il che significa che per gli oltre 300.000 anni della sua storia il Sapiens ha dovuto lavorare duramente con la sola forza delle sue braccia, al massimo coadiuvandosi con qualche strumento manuale o addestrando animali. Tanto che nella massima interpretazione letteraria che gli antichi hanno dato delle origini e del destino dell’uomo, cioè la Bibbia, la frase più significativa (quasi una minaccia) fu: “Con dolore trarrai il cibo per tutti i giorni della tua vita, e con il sudore del tuo volto mangerai il pane”. Stando a significare che il lavoro è talmente inevitabile che per poterlo sopportare si scomodano frasi fatte (“il lavoro nobilita l’uomo”) e addirittura la nostra Costituzione, che sul lavoro basa le fondamenta della repubblica.

Affrancarsi da tutto ciò ha sempre rappresentato il sogno del Sapiens, sogno che all’alba del terzo millennio sembra avvicinarsi sempre di più.

Alcuni vantaggi  che sembrano prospettarsi potrebbero essere affascinanti: ad esempio la soluzione del problema delle manutenzioni domestiche, con le casalinghe che finalmente potrebbero affrancarsi dai lavori di routine, con il probabile effetto dell’inversione della crisi demografica.

Ma quali sono, invece, le controindicazioni?

Il rovescio della medaglia

Anche se non è detto che questa medaglia porti con sé un rovescio, non si possono sottovalutare i suoi effetti dirompenti sulla società e sull’economia.

Per l’economia non si tratta di problemi insolubili: se saranno i robot a lavorare al posto degli umani, evidentemente il PIL relativo non solo non diminuirà, ma aumenterà con costi che si ridurranno enormemente. Si tratterà dunque di rivedere il sistema di tassazione del lavoro robotico e dei profitti conseguenti.

Ma cosa potranno fare miliardi di Sapiens costretti a casa, ivi mantenuti da pensioni di… gioventù ricavate dalla tassazione di profitti non gravati da costi e risultanti da orari di lavoro che potranno passare dalle 40 ore settimanali a ben 140 (fatti salvi i tempi di manutenzione e ricarica delle batterie).

Ci si potrebbe augurare che tutto questo tempo improvvisamente libero possa essere impiegato nello studio, nella lettura, nello sport, nell’intrattenimento con l’avvento di nuove generazioni di scienziati, di artisti, di registi, di inventori, di scrittori. Ma non vogliamo essere troppo ottimisti e possiamo anche ipotizzare generazioni di scansafatiche, perdigiorno e magari… criminali. I rischi ci sono, e non sono piccoli.

Intanto si concretizzerà una prima grande frattura sociale: la differenza del reddito fra i disoccupati e  coloro che ancora saranno attivi nel mondo del lavoro per esercitare le professioni intellettuali e quelle strumentali a sostenere la filiera robotica (sistemisti, programmatori, elettronici, meccanici riparatori e così via). È evidente che la minoranza che continuerà a lavorare percepirà lauti stipendi rispetto allo scarno reddito di disoccupazione di coloro che resteranno a casa in panciolle. Questo comporterà differenze sociali  ben più rilevanti delle odierne: grazie alla polarizzazione dei prezzi di mercato solo i lavoratori potranno permettersi belle case, belle macchine e tenore di vita di prima classe, mentre i disoccupati dovranno vivere più che spartanamente. Si formeranno due diversi mercati ed i beni del primo saranno inarrivabili per i disoccupati. Quella che oggi viene percepita come “ingiustizia sociale” (che ha alimentato nei secoli scorsi fenomeni come le Rivoluzioni francese e russa e ha dato origine alle lotte di classe e ai comunismi) si moltiplicherà per mille insieme all’invidia sociale, alle violenze e – probabilmente – al crimine.

Un prezzo molto alto da pagare per quel “dolce far niente” vagheggiato fin dai tempi di Plinio il giovane che nelle sue Epistulae scriveva: “Iucundum nihil agere” (È piacevole non far nulla)

È dunque certo che la società cambierà drasticamnte.

Come, è ancora presto per scoprirlo.