Memorie di una anti-antifascista
Dopo aver scritto il sonetto “L’anti-antifascista” ho ritenuto di non pubblicarlo in nessuna raccolta, anzi ne ho relegato il file in un angolo remoto del mio desktop e lì l’ho confinato nell’oblio.
Questo è accaduto perché – e ormai tutti dovrebbero essersene accorti – viviamo in un nuovo medioevo tecnologico dove prevale una vulgata comune, E chi non è d’accordo viene bollato come eretico e trattato più o meno come Giordano Bruno. Pensare con la propria testa, unire i puntini, esercitare la logica (addirittura studiare la storia da fonti attendibili, anziché seguire come fosse il Vangelo la narrazione di pseudostorici superstar televisivi), è cosa esecrabile: la pena non è il rogo, ma il discredito.
Ovviamente esistono bolle di dissenso, ma fino ad un certo punto: sul fascismo non si possono esprimere opinioni visto che gli eredi dei nostri “Sacri” Padri Costituenti hanno addirittura inventato il reato di “apologia del fascismo”, che presto da perseguimento di un’attività reale si è trasformato in persecuzione di opinioni.
Vennero inventate le etichette di “Antifascista”, da appuntare sul petto dei solerti commessi e quella di “Fascista” per infamare chiunque tentasse di ragionare. Le prime di una serie di etichette preconfezionate volte a screditare chiunque la pensasse in modo diverso dalla dittatura globale cosiddetta “progressista”: complottista, filorusso, mafioso…
Il fatto che, malgrado gli orrori e i fallimenti certificati dalla Storia, non sia mai stata coniata l’etichetta “comunista” o “rosso” (se non negli Stati Uniti ai tempi della cosiddetta “caccia alle streghe”) per definire qualcuno in negativo dimostra, se ce ne fosse bisogno, come le argomentazioni che seguono abbiano fondamento logico, anche se non diritto di libera espressione.
Premetto, anzi sottolineo in blu, che non sono un fautore di alcuna forma politica che promuova la dittatura, limiti le libertà individuali, abolisca la rappresentanza parlamentare ed i partiti politici. “Quindi” – direbbero i semplificatori seriali che ci circondano – “non sei fascista!” Peccato che le caratteristiche di cui sopra si attagliano perfettamente anche al Leninismo, allo Stalinismo, al Maoismo e perfino – Udite! Udite! – all’attuale NON-Comunismo cinese.
Quindi va da sé che l’epiteto “Fascista” per definire in negativo la forma politica di cui sopra è generico, impreciso e soprattutto strumentale.
Per non parlare dell’aggettivo “Antifascista” che i benpensanti si appuntano al petto come una medaglia, esibendola con orgoglio in qualsiasi occasione possibile e immaginabile.
Questa pesante premessa mi è servita per giustificare le eresie che sto per argomentare, aggiungendo che Mussolini, come uomo, non mi sta particolarmente simpatico. Non apprezzo certo le sue leggi razziali (anche se, come spiegherò più avanti, ne comprendo l’odiosa necessità, date le circostanze) come non apprezzo il machismo imperante nella prima metà del XX secolo di cui il “Duce” assurse a simbolo. Tuttavia invito chi mi legge a considerare che ogni tendenza va esaminata alla luce della mentalità dei tempi in cui si è affermata e che quindi ogni giudizio va attentamente contestualizzato.
Il grande problema è che per fare ciò si dovrebbe conoscere la vera storia (non quella che ci hanno insegnato a scuola che – come recita il mantra – è quella scritta dai “vincitori”) e il vero “Zeitgeist” hegeliano (che non è quello di 80 anni di filmografia di sinistra, nella quale i fascisti sono sempre stati dipinti come comiche “macchiette” colme di retorica). 
Quello che so io, che sono nato nel 1944 quando il fascismo era all’epilogo, è che tutte le testimonianze della media borghesia alla quale appartengo, i racconti dei miei parenti e dei loro amici, non parlavano affatto di macchiette, ma di un periodo felice in cui c’era ordine ed orgoglio. Mio padre e mia madre mi raccontavano sempre della loro felicità nei sabati “fascisti”, con la divisa di Balilla e Giovane Italiana.
Certo, se eri un comunista ideologizzato e se vivevi nella disperazione perché l’utopia leninista dell’ottobre del ‘17 era stata realizzata in Russia e non in Italia, non potevi gioire. Ma tutti sappiamo come quell’avventura sia poi andata a finire. Una piccola digressione: ho già affermato di non essere fascista, di non esserne apologeta, di non apprezzare alcuna dittatura (inclusa quella globale che stiamo vivendo) e soprattutto che considero con orrore le leggi razziali del ’38. Tuttavia, sempre per amore della verità bisogna contestualizzare conoscendo le circostanze del tempo, prima di condannare senza se e senza ma. Non c’è dubbio che nel 2026, dopo aver conosciuto il tragico epilogo di quell’avventura fascista iniziata ufficialmente nel 1922, tale condanna sia facile. Ma ritengo che prima della condanna (che c’è e ci sarà) sia utile per chi ancora crede nella ragione e nella logica conoscere i come ed i perché le cose siano andate in quel modo. Avverto che non si tratta di approvazione o di apologia, ma solo di logica e di spiegazione.
Bene passiamo alle argomentazioni. Sfido chiunque a dirmi se conosce questi termini: “vittoria mutilata”, “inique sanzioni”, “perfida Albione”, “Autarchia”. So già che i più giovani non ne hanno mai sentito parlare, perché la narrazione corrente ha preferito che venissero dimenticate.
Tutto iniziò alla conferenza di Versailles, quando i vincitori di serie A (Inghilterra, Francia e Stati Uniti) decisero di mettere in ginocchio la Germania (e forse erano giustificati, malgrado poi la scelta si sarebbe rivelata tutt’altro che lungimirante) e di ignorare le istanze dell’Italia che consideravano un vincitore di serie B.
La chiamammo la “vittoria mutilata” e a causa di essa il “Vate”, sdegnato e ribelle come sempre, se ne andò a riconquistare Fiume (e anche di questa impresa nel Carnaro sono certo che i nostri giovani ne sanno poco o nulla).
Il “Biennio rosso”
La Grande Guerra aveva provocato una crisi economica spaventosa: nel biennio 1917-1918 il reddito nazionale netto era sceso drasticamente, rimanendo per i successivi cinque anni ben al di sotto del livello d’anteguerra, mentre il tenore di vita delle classi popolari era nettamente peggiorato, con il potere d’acquisto della moneta che aveva perso oltre il 35%. Inoltre nel dopoguerra aumentò pesantemente il debito pubblico e il deficit nella bilancia dei pagamenti determinando così una pesante inflazione che portò al crollo della lira, con conseguente diminuzione dei salari reali. Le peggiorate condizioni di vita delle classi popolari (già duramente provate dalla guerra) e l’euforia per il successo della rivoluzione comunista in Russia (avvenuta meno di due anni prima) fecero esplodere nella primavera del ’19 un’ondata di scioperi e di agitazioni alle quali parteciparono tutte le categorie di lavoratori, in città e nelle campagne, compresi i pubblici dipendenti. In quell’anno ci furono in Italia oltre 1.800 scioperi economici con più di due milioni di scioperanti.
Non si trattò tuttavia di normali agitazioni sindacali: disperati per le privazioni inflitte da una guerra che addebitavano all’imperialismo degli aristocratici e della borghesia, per la crisi economica, per l’impossibilità di riempire la sporta della spesa (non si poteva ancora parlare di “carrello della spesa” in un epoca in cui i supermercati non esistevano), con la speranza di replicare in Italia l’esperienza rivoluzionari russa, le masse proletarie, fomentate dal Partito Socialista, iniziarono una vera e propria guerriglia che provocò centinaia di morti fra i manifestanti e le forze dell’ordine,
Nacque in quell’infausto periodo una contrapposizione che, in qualche modo, perdura anche nei nostri giorni: la contrapposizione fra “Nazionalismo” visto dal proletariato non come “Patriottismo”, ma come una mera difesa di interessi economici imperialisti delle classi dominanti, in sostanza un “Antisocialismo”, e “Socialismo rivoluzionario”, cioè l’unico mezzo di riscatto a disposizione delle classi operaie e contadine per elevare la loro condizione. Questa mentalità perdura ancora oggi contro il “Sovranismo” dove l’amore e la gelosa conservazione dei valori della Patria, della cultura e delle tradizioni italiane vengono sottomessi alla solidarietà proletaria internazionale.
Iniziarono manifestazioni contro il carovita e cortei a Spezia, Genova, Torino, Firenze, Imola, Brescia, Taranto, Udine, Lucera sfociati in una vera e propria guerriglia con devastazioni alle quali le forze dell’ordine ed i contromanifestanti, (arditi, futuristi e sansepolcristi dei neocostituiti Fasci italiani di combattimento) reagirono sparando e provocando centinaia di morti. Inutili furono le misure prese dal debole governo di Francesco Saverio Nitti, mentre la propaganda della stampa socialista gettava benzina sul fuoco.
Il 1920 iniziò con un Partito Socialista che alle elezioni aveva raggiunto il 33% delle preferenze e con una recrudescenza degli scioperi e delle occupazioni delle fabbriche, con numerose manifestazioni che provocarono centinaia di morti.
A Viareggio i rivoltosi, organizzatisi in “Guardie rosse” ed armati con fucili saccheggiati nelle caserme, proclamarono una “Repubblica Viareggina” che il nuovo governo Giolitti dovette sedare con l’invio di una cannoniera.

Iniziarono poi le occupazioni di terre agricole da parte dei contadini e dei braccianti e, a Milano, vere insurrezioni armate finite con l’uccisione di una ventina di manifestanti ed il linciaggio di un carabiniere. Seguì poi il periodo delle occupazioni delle fabbriche con milioni di operai coinvolti in una sorta di autogestione che si rivelò fallimentare. Si arrivò anche a disprezzare i reduci che avevano combattuto una guerra vittoriosa nel fango delle trincee, dipingendone gli ufficiali come “pretoriani al servizio della borghesia”.
Il Partito Fascista
In questo clima la reazione della borghesia, dei proprietari agricoli e degli industriali trovò rifugio nel giovane Partito Fascista che, dopo aver organizzato militarmente i numerosi arditi e reduci che ingrossavano le sue fila, aveva iniziato a rispondere con la violenza alle violenze dei socialcomunisti. Nelle elezioni politiche del 1921 si verificò una forte flessione dei socialisti ed un’impennata dei voti fascisti, che portarono alla Camera oltre trenta deputati.
L’inizio del 1922 segnò la crisi del governo Facta e fu caratterizzato da scontri fra le squadre fasciste e scioperanti e sindacalisti, specie nei comuni più rossi, come quelli dell’Emilia – Romagna e le stesse Torino e Milano, dove venne assaltata e distrutta la sede dell’Avanti ed occupata la sede del Comune, a guida socialista.
La Marcia su Roma
Quando il Re decise di affidare la formazione del nuovo governo a Facta, malgrado il clima da guerra civile, la reazione di Mussolini fu quella.di costringere con la forza il Re ad affidargli la formazione del nuovo governo: nacque così il progetto di quella che è passata alla storia come “Marcia su Roma”. Considerandola una vera insurrezione il governo Facta decretò lo stato d’assedio (revocato poche ore dopo perchè il Re non lo volle firmare), l’interruzione delle linee ferroviare, la sospensione del servizio telefonico pubblico, facendo seguire poi le sue dimissioni.Questa rievocazione non ha certamente lo scopo di giustificare le violenze che da entrambe le parti furono all’origine di quello che fu un vero e illegale colpo di stato: serve piuttosto a spiegare il clima in cui si è svolto, sempre sottolineando che in sottofondo aleggiava il fantasma bolscevico che incombeva sulla borghesia italiana da pochi anni.
Capiamoci: non si trattava, come oggi, di un contrasto fra una mentalità conservatrice ed una progressista, si trattava di vita e di morte, di distruzione della proprietà privata, delle attività imprenditoriali e delle libertà individuali, quindi dell’azzeramento di ogni fatica ed ambizione.
L’Asse Roma – Berlino
Il successivo tema che richiede un’ampia analisi dello “spirito dei tempi” (il “Zeitgeist”di cui sopra) è quello dell’alleanza con il “Mostro” nazista, che nel 1936 ancora mostro non era.
Va premesso che negli anni ’30 lo spirito dei tempi rendeva l’oggi tanto aborrito colonialismo una cosa del tutto normale e che conquistare un territorio per assecondare i propri interessi espansionistici fosse quasi una prassi, Del resto la debole Italia la prima colonia nel Corno d’Africa se l’era dovuta comprare: nel 1869 l’armatore Rubattino (lo stesso che aveva messo a disposizione di Garibaldi le navi per andare a Marsala) aveva comprato dal locale Sultano la baia di Assab. Tale presenza in Eritrea e Somalia, sempre secondo lo spirito dei tempi, sembrava un ottimo trampolino per potersi espandere verso l’entroterra, ma ciò disturbava gli interessi inglesi nell’area che ritenevano che la loro presenza coloniale fosse un diritto esclusivo. Quando incidenti di frontiera, legati al controllo di pozzi d’acqua nel deserto, rappresentarono un buon pretesto per invadere l’Etiopia, gli inglesi appoggiarono quest’ultima e, col pretesto che essa appartenesse alla Società delle Nazioni, ottennero – insieme ai francesi – che all’Italia venissero applicate pesanti sanzioni: quelle che passarono alla storia come “Inique Sanzioni” alle quali il Regno d’Italia reagì instaurando un duro periodo di autarchia. L’ostilità verso l’Inghilterra si trasformò in propaganda e da allora essa divenne “la perfida Albione”. Solo la Germania di Hitler (non ancora “mostro”) si mostrò amichevole verso l’Italia e non solo non applicò le sanzioni, ma continuò ad inviare aiuti, mantre il Regno Unito trasferiva una potente flotta nel Mediterraneo per ostacolare eventuali forniture all’Italia di chi volesse aggirare le sanzioni.
Concludo con due considerazioni: la prima è che tutto ciò rende più comprensibile l’Asse Roma-Berlino che, con il senno di poi, tante sciagure ci avrebbe portato.
La seconda: le Sanzioni non furono un gran disgrazia, perché secondo l’antica legge per la quale “la necessità fa virtù”con l’autarchia venne aumentata la produzione di grano addirittura arrivando alla creazione di un nuova varietà di grano duro (il cosiddetto “Senatore Cappelli” in grado di aumentare la produttività annua del 20%) e venne avviato un programma di ricerca scientifica, volto a nuovi metodi di sfruttamento delle risorse disponibili nel territorio italiano e nelle colonie. Vennero sviluppati tessuti artificiali, carburanti e carbone sintetico, e si diede un forte impulso alla ricerca nei campi farmaceutico e chimico.
Purtroppo chi vince fa la Storia con le etichette e con gli slogan ed ha quindi potuto sacralizzare fenomeni complessi, necessitanti di approfondimenti e spiegazioni e demonizzarne altri.
Ne è esempio la devozione quasi religiosa alla “Resistenza” di cui nessuno nega il valore positivo, ma che meriterebbe dibattiti ben più ampi sul suo significato e su taluni fatti storici.
Così come non si può discutere di essa, non si è più potuto ragionare sul Fascismo, al punto che (esempio unico nella storia) venne creato addirittura il reato di “apologia del fascismo” (interpretabile, in casi limite, come un reato di opinione, in contrasto con tutti i dettami di uno Stato liberale moderno) poi concretizzatosi in una “damnatio memoriae” di cui è impossibile discutere senza essere etichettati
La stessa professione di “Antifascismo” è, ontologicamente, un’aberrazione della democrazia: ma nessuno sembra accorgersene, anzi viene esibita ovunque come una medaglia.
Ritengo abbastanza probabile che questo articolo verrà etichettato come fascista, malgrado io nell’articolo stesso neghi ciò esplicitamente, perché – ahimé – questo è lo “Zeitgeist” da 80 e più anni, che confonde l’obiettività con il tifo e la verità oggettiva con la narrazione di parte.
Probabilmente qualche illustre esegeta se ne verrà fuori dicendo che, siccome due negazioni affermano, se si è anti-antifascsta si è necessariamente fascista!
Fortunatamente non sto scrivendo di algebra, quindi “me ne frego” e continuo a pensare con la mia testa!!!

Con la speranza che la ragione (atrofizzata anche da due millenni di cristianesimo, quattro di ebraismo e un millennio e mezzo di islam) torni a prevalere nel millennio appena iniziato, auguro a tutti Buon Futuro!


