Lorenzo Paolini sorprende per il suo modo di affrontare con passione e sicurezza alcune questioni cruciali dell'arte contemporanea.
Un suo autoritratto, limato al computer, ce lo rivela appena emergente dall'ombra in controluce, con il profilo ben delineato, in uno stato d'apprensione creativa. Lo sguardo è teso sul video in cui si riflette un corpo di donna, un occhio umano, nuvole trasparenti, al di là d'una finestra. Paesaggio immaginario, quest'ultimo, o reale?
Ponendo l'interrogativo, l'autore firma il suo biglietto da visita.
La realtà oggettiva, egli vuol suggerire, non corrisponde affatto a ciò che percepiamo dipinto sulla tela, e meno che mai fidandoci dell'immediato sentire. Perfino il computer, mentre rende fedelmente l'immagine virtuale, rappresenta quel corpo di donna vagante per il cielo, tra nuvole trasparenti, come una pura proiezione visionaria del pittore che, con rigore mentale ed esecutivo, controlla i dati della rappresentazione.
In questa affermazione di autonomia e di libertà espressiva (e al tempo stesso di riconoscimento del mistero come presupposto della "realtà") si compendia una personalità e la sua ambizione estetica.
Un autoritratto riuscito suggella sempre il carattere del suo autore. Quello di Lorenzo Paolini segnala la sua fisionomia minuta e il tratto tenace di chi possiede pensiero fisso e acuto sentire.
Paolini non ha paura di vivere immerso nelle potenze della telematica e ne compulsa i rischi conoscendone la portata. La sua impresa estetica corrisponde alla determinazione di cavalcare la tigre della tecnica, e di padroneggiarla per rovesciare l'assunto consueto che vuole sia il mezzo a manipolare il messaggio.
Un simile "maoismo dell'artista" merita attenzione e interesse da parte di quanti riflettono sul destino dell'arte nella civiltà di massa e sulle possibilità di una sua persistenza entro le fibre della produzione incondizionata e globalizzata.
La posizione di molti artisti contemporanei si abbandona di solito all'idoleggiamento confuso e mimetico di tecnologie lambite solo per via formale in consonanza con i vecchi modi di certe poetiche di avanguardia. Superato questo equivoco estetismo l'appello semplificante di Lorenzo Paolini si colloca come logico punto di approdo di tanti tentativi di andare "aldilà della pittura.
La sua figurazione a colori è il prodotto digitale di una sofisticata tecnologia. Essa nega il privilegio della unicità dell'opera in quanto manufatto, ma rivendica l'originalità dell'idea che trova un alleato indispensabile nel computer. La macchina resta una protesi della mano e della testa. E l'autore, ponendosi al culmine della moderna cultura materiale (quella che realizza la comunicazione elettronica) produce uno specifico valore estetico. La serialità limitata e programmata dell'immagine impone un passaggio al consumo dell'opera: essa diventa simulacro di un pensiero visivo, pretesto comunicativo, più mezzo che fine in sé.
Con questo "concettualismo, Lorenzo Paolini guadagna (per esempio rispetto al suo più illustre omonimo, Giulio Paolini) una certa versatilità di schemi narrativi e variamente descrittivi.
Padrone senza complessi della "Techné", egli non computa l'analitica dei segni e non riduce le possibilità del linguaggio visivo al do zero. La fantasia acquista campo libero nel suo programma poetico. E nascono combinazioni curiose, assemblaggi, citazioni elaborate, collages manipolati dal computer in una sorta di materia visiva effervescente e in movimento.
Va da sé che il pittore non vuole creare una moda artistica. In lui non fermenta la pianta dell'estetismo, né tantomeno l'ambizione di fermare il tempo nella rappresentazione di miti e riti.
Paolini vive tutte le ansie del moderno inconscio democratico, e le sue rappresentazioni aderiscono al piano di una psicoanalisi sociale che non pretende di innalzare icone, né di trasformare le idee in articoli di propaganda. Nell'epoca in cui si compie il destino storico della civiltà occidentale, in quel "secondo medioevo" che divarica le conoscenze dalla verità, può l'arte sfuggire ai bizantinismi, al pathos geroglifico, alle coreografie di massa, e alle altre forme in cui si manifesta l'inautenticità contemporanea? Paolini ritiene di si e il suo grido di battaglia parte proprio dalla tolda della pittura elaborata al computer e confezionata alla stregua di un decalogo illustrato in pubblico. Importante è notare, in questo caso, la sua distanza da qualsiasi precauzione formale, perché l'intenzione estetica è sempre quella di far corrispondere adeguatamente la rappresentazione al messaggio da indicare.
I concetti visivi di Paolini parlano chiaro. Il suo diorama figurativo si riferisce alle cronache dei nostri tempi, commentate e intercalate da una serie di citazioni d'arte antica e contemporanea. Ne risulta un'immagine vivida e ricca d'allusioni, che contiene in sé qualcosa di più degli automatismi propri del "sogno" surrealista. La stesura dell'immagine ha una sua freddezza mentre la linearità caricaturale dei corpi e delle composizioni provoca lo stato di eccitazione nervosa tipico dei richiami vividi, "formato Paramount", delle illustrazioni pubblicitarie. Paolini interviene nella dimensione "low" della comunicazione culturale, e vi inserisce messaggi ad alta densità di contenuto: l'illusione idolatrica e la religione come "oppio dei popoli", la rete razionale di un governo della economia e dei comportamenti sociali, la nudità e la spoliazione umana nel campo degli interessi e delle gerarchie di potere, la morte della "natura" e l'avvento postumano della civiltà artificiale.
Che tutti questi drammatici appelli, questi dispositivi eversivi e non tranquillizzanti (per così dire, "antimoderni") siano trasmessi con uno dei più sofisticati strumenti della civiltà delle comunicazioni di massa, è un paradosso. Ma è al tempo stesso il prezzo del "contrasto amoroso" ingaggiato dall'artista con la tecnologia In questo procedimento estetico, che è anche una specie di fede personale, nella libertà dell'uomo, Paolini mi ricorda l'atteggiamento "postutopico" di tanti autori emersi m quest'ultimo decennio nella ex Unione Sovietica (dai Boulatov ai Komar e Molamid, per esempio).
Dopo i giganteschi miti del collettivismo comunista della vittoria materialistica, dell'assoluto progressismo, di fiducia illimitata nelle virtù delle "forze produttive", quello che fu lo "homo sovieticus" di ieri non può più tornare sui suoi passi, sognare paradisi di civiltà non lambite dal demonismo industriale e tecnologico. Lo spirito impone l'accettazione piena del destino moderno dell'uomo, e la capacità di continuare a pensare, a produrre immagini "differenziate" nel mondo della metafisica dispiegata della "mancanza di patria" e dell'assoluto spaesamento. Vi è un potere cibernetico, che appartiene al singolo individuo, di cui Paolini sente vivo il richiamo e di cui intende affermare la superiore dignità di fronte alle uniformità delle regole, dei miti, delle procedure omologanti. Nasce di qui il suo appello figurativo al tempo stesso disperato e dissacrante, che suggerisce all'uomo massa, con i suoi stessi codici linguistici, delle verità nascoste", o, come si diceva qualche tempo fa, rivelatrici e illuminanti.
Penso a quella drammatica visione di Giordano Bruno che è non casualmente elevato a simbolo di una condizione umana eroica condannato a morire perché ha osato "pensare"....E penso ancora all'effetto straniante di quel "Crepuscolo del Sistema", in cui motivi surreali alla Ernst (la donna a testa di rettile) si uniscono al gesto indispettito di lividi "cavalieri d'industria" di fronte all?arrivo inatteso di un misterioso convitato di pietra...Il potere affabulante di una figurazione quasi da fumetto ci trascina così in un ordine più elevato di pensieri e riflessioni, ritmate da un'immagine modulare, che penetra la nostra sensibilità più superficiale di uomini sintonizzati con i codici della comunicazione contemporanea
Attuale, Paolini, efficace e al tempo stesso liberamente eversivo: ecco qualche buona ragione perché il suo lavoro lasci una traccia in chi voglia riflettere sulla "crisi" dell'arte e di tante altre cose che ci riguardano da vicino.
Duccio Trombadori, Roma 2 Febbraio 1998