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Una nuova tecnica che apre nuove prospettive nella filosofia dell'Arte

Digitalisti e Digitalismo

Da quando le tecnologie hanno fornito agli artisti mezzi soddisfacenti per creare e materializzare opere di qualità estetica paragonabile alle tele tradizionali emersero, specie negli Stati Uniti, numerose esperienze di artisti digitali di diverse scuole tendenze ed estrazioni.

Molti musei e gallerie, fra cui il National Museum of American Art di Washington dedicarono al nuovo fenomeno mostre e laboratori, mentre in Florida il Museum of Modern Art di Fort Lauderdale organizzò una retrospettiva, dalle origini dell'Arte digitale alle più recenti tendenze.

Agli inizi del 1996 un gruppo emergente di pittori statunitensi, francesi ed italiani, in contatto continuo via Internet, nel tentativo di chiarire le problematiche aperte dalla pittura digitale, (che rischiavano di provocare una rivoluzione copernicana nel tradizionale approccio all'Arte sia da parte della struttura culturale che di quella commerciale) promulgò un "manifesto" sul Digitalismo che per il suo contenuto di rottura era certamente destinato a lasciare un segno nella storia dell'Arte contemporanea e decise di incontrarsi a Roma in una mostra - convegno al Palazza delle Fontane all'Eur nella primavera del 1997.

In tale manifesto Digitalisti contestano valori come l'unicità dell'opera d'Arte e la necessità della sua emanazione diretta dall'Autore, anzi dichiarano che tali concetti non sono da intendersi come valori, bensì come barriere finalmente rimosse dalla tecnologia.

Dichiarano inoltre che, grazie alla potenza dei mezzi per la prima volta messi a disposizione dell'Artista, la tecnologia innesca un'azione sinergica con la creatività dell'Autore, divenendo fonte di una nuova estetica, complessa e riconoscibile.

Il punto centrale della posizione polemica dei Digitalisti sta nell'affermazione che "il possesso di un'opera d'arte deve avere come fine il suo godimento e non il suo valore sul mercato". Tale concetto rivoluziona il mercato del collezionismo ed, abbassando i costi, democratizza l'arte, estendendone il possesso a fasce sociali finora escluse dal circuito degli originali. Nell'arte digitale, infatti, ogni esemplare prodotto, su domanda, "è" l'originale, esattamente come avviene per un'edizione letteraria.

Laurence Gartel, il massimo Digitalista statunitense (testimonial con le sue pitture di multinazionali come la Coca Cola, la Philip Morris e la Disney), in Italia espressamente per il convegno, e Diane Fenster, vincitrice di numerosi premi internazionali e collaboratrice di Adobe, Fractal Design, Metatools, nella loro relazione introduttiva ricordarono il vivo interesse dimostrato dalle Gallerie Pubbliche Americane e dalle grandi Corporations per il movimento del Digitalismo.

Lorenzo Paolini forse il più affermato e raffinato Digitalista italiano, replicò sottolineando il nostro ritardo, malgrado la recente attenzione che anche in Italia il mondo accademico, i responsabili di grandi eventi culturali, i critici, le Sovrintendenze stavano manifestando per questa tecnica e per ciò che avrebbe potuto significare per il mondo dell'arte.

Sarà il tempo - concludeva - a rendere onore alla qualità ed ai valori, quando essi sussistano.

Tra i primi, Pierre Restani, l'autorevole critico e filosofo francese, assunse un atteggiamento positivo e di riconoscimento nei confronti del Digitalismo, mentre il vulcanico ed estroverso Mimmo Rotella, maestro del décollage, volle intervenire in acrilico su un suo ritratto digitale fatto da Lorenzo Paolini, intendendo questo gesto come una sorta di "consacrazione" del movimento Digitalista.

Manifesto del Digitalismo
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