La strada è lunga ma er de più l’ho fatto,
so dov’arivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l’anima serena
der savio che s’ammaschera da matto.

Ecco una delle liriche più toccanti di Trilussa, incisa su una lapide in Via Maria Adelaide, su un fabbricato pubblico recentemente restaurato, tra infissi d’alluminio e vetri blindati. Essa ci ricorda che lì c’era il suo studio

Nato nel 1871 e morto nel 1950 Carlo Alberto Camillo Salustri, in arte Trilussa, è sempre vissuto a Roma, apprezzando occasionalmente piacevoli soggiorni in varie città italiane e straniere.

Gran frequentatore e animatore di salotti e teatri, ma anche di osterie, caffè e varietà, corteggiatore di belle signore con le quali amava andare per le passeggiate di Roma, fu certamente un tombeur de femmes, ma anche un ex mammone, un narciso cinico e disincantato che visse da scapolo fino alla morte.
trilussa intero

Anche l’Amore è un ‘arca
che salva dal silenzio della vita.
Ma, a tempesta finita,
non si sa mai la roba che si sbarca.

Guardate cosa fa dire ad una scimmia a proposito dell’amore degli uomini (e delle donne!):

L’ommo ner fa’ l’amore, è più ideale;
Lo scopo è quello nostro, se capisce:
ma lui cia più maniera e lo condisce
co ‘quarche porcheria sentimentale
e co ‘ na mucchia de parole belle
che però, su per giù, so’ sempre quelle.
La femmina per solito lo fa
per vizzio, per ripicca, per prudenza,
per ambizione, per riconoscenza,
per interesse, per curiosità,
per un momento de cattivo umore,
e, quarche vorta, puro per amore…

oppure:

Diceva un sorcio a certe amiche sue
Nella lotta d’amor vince chi fugge;
massimamente si se scappa in due.

e che dire della vedova di due mariti che se ne va in giro portando sul petto un medaglione coi ritratti di tutt’e due, uno per parte?

Li tie ‘ rinchiusi in un cerchietto d’oro
da una parte e dall’antro, sottovetro:
Gustavo avanti e Benvenuto dietro,
che così nun se vedono fra loro
e ognuno se figura e se consola
d’esse rimpianto da una parte sola.

Del resto una volta, in gioventù, aveva pensato di sposarsi: quando si era recato a chiedere la mano di Nina, scolaretta conosciuta a sedici anni, lo zio, suo tutore, di professione chiromante, lo scambiò per un cliente e, per cinque lire, gli lesse la mano, predicendogli un avvenire di corna e delusioni se si fosse sposato.

Ecco la conclusione del sonetto in cui Trilussa descrisse l’episodio:

se nun m’avesse detto l’avvenire
chi sa, forse a quest’ora… Quante vorte
ho benedetto quelle cinque lire!

Ciò che Trilussa sapeva fare meglio, e la gente per questo gli voleva bene, era divertire il prossimo, soprattutto il popolo, e quello di Roma prima di ogni altro. Popolo che, sapeva a memoria le sue poesie, le recitava per la strada, le cercava sulle riviste, le declamava insieme in famiglia, cosa che faceva beare il Poeta, che come abbiamo detto era un gran narcisista!

La gente, difatti, incontrandolo lo salutava, offrendogli un bicchiere di “frascati” mentre i vetturini, ben volentieri gli davano passaggi gratis fino allo “studio” dove viveva: una specie di androne dalla volta altissima, tappezzato e morbido, una sorta di compromesso fra l’estetismo di una “corte della bellezza” ed una ricercata residenza decadente col sacro glamour d’una pucciniana soffitta bohémienne.

La sua vita

Carlo Alberto Camillo Salustri nasce a Roma in via del Babuino, sembra il 26 ottobre 1871. Aveva il vezzo di togliersi qualche anno: fra le sue carte personali, infatti, vi sono ben quattro passaporti ognuno con una data diversa, oscillante fra il 1871 e il 1874.

Trilussa è figlio di un cameriere e di una sarta, ma figlioccio del Marchese De’ Cinque Quintili che, dopo la precoce morte del padre, ospita la famiglia nel suo palazzo. Ed ha da buon romano, anche il solito zio prete.

Infatti, nel 1874 muore il padre e la famiglia si trasferisce prima a via di Ripetta, poi a piazza di Pietra, nel palazzo del marchese Ermenegildo De’ Cinque Quintili, padrino di battesimo di Carlo. Dal 1880 al 1886 frequenta le elementari, prima al Collegio San Giuseppe, poi all’Angelo Mai.

Una volta terminata la scuola, Carlo si appassiona alla lettura dei sonetti del Belli e di Zanazzo, fondatore e direttore de “Il Rugantino”. Ed è proprio sul n. 7 del foglio del folklore romano che pubblica il primo sonetto: “L’invenzione della stampa”. Inizia così la sua collaborazione con alcuni giornali romani come “Capitan Fracassa”, “Don Chisciotte”, “Travaso delle Idee”, “Il Messaggero”, dove firma con lo pseudonimo – anagramma del suo cognome – di Trilussa.

Par di vederlo, il giovane Carlo Alberto che dal quinto piano di palazzo De’ Cinque scruta il brulicare di signore e gagà. Ascolta, argutamente incuriosito le confidenze delle signore della buona borghesia che frequentano la sartoria materna. Alzati gli occhi, guardava la biancheria stesa ad asciugare e più in là i tetti e le mansarde fiorite, le gradazioni del cielo, con i suoi “fonetici” colori”.

Li panni stesi giocheno cor vento
Tutti felici d’asciugasse al sole
Zinali, sottoveste, bavarole,
fasce, tovaje, che sbandieramento!

Dopo aver frequentato senza grandi risultati i due collegi, nel 1888 il nostro bel giovine, inveendo contro un futuro che non l’attraeva e contro i consigli dello zio prete, abbandonò definitivamente gli studi e di lì a poco iniziò a pubblicare sonetti su riviste locali e, già prima della fine del ‘800, divenne redattore del “Don Chisciotte”. Da allora, non smise più di scrivere.

Presto, per i suoi i sonetti, per le sue favole iniziò il successo: venne acclamato prima a Roma, in Italia, poi in Europa e infine anche in Argentina, dove nel 1924 ricevette un’accoglienza trionfale. Amò certamente la vita mondana, quella notturna, le belle donne e la compagnia di uomini intelligenti, anche se i dotti e i pedanti lo infastidivano.

Tuttavia, a causa della sua innata capacità di scialacquare i soldi presenti e futuri, il suo vero chiodo fisso fu proprio la preoccupazione piccolo borghese di arrivare alla fine del mese.

Negli anni ‘20 Trilussa è ormai famoso ed è in questo periodo che conosce l’amore della sua vita, una ragazza trasteverina che lancia come stella del cinema con il nome di Leda Gys. A Roma vive in via Maria Adelaide, in uno degli studi-abitazione, un po’ bohémienne, ideati da Hermann Corrodi. Si tratta di un’enorme stanzone ricolmo di oggetti di ogni genere: bizzarri arredi, souvenir esotici, animali impagliati, tappeti, quadri, libri, fotografie, strumenti musicali, statuette e tantissime caricature. In questa sorta di “camera delle meraviglie riceve quotidianamente amici, aspiranti poeti, ammiratrici, giornalisti.

Non dividerà mai con nessuno la sua eccentrica abitazione, eccezion fatta per il gatto Pomponio e per la fedele governante Rosa Tomei.

Ora, grazie ai suoi versi, ha un tenore di vita abbastanza buono. Veste da classico provinciale, con cravatte vistose e baffi curatissimi, frequenta sia i salotti, i teatri e i caffè alla moda che le osterie, dove riscuote sempre molto successo, specialmente tra il pubblico femminile. Inoltre, tra le sue frequentazioni figurano intellettuali come Marconi, Mascagni, D’Annunzio, Mondadori, D’Amico, Leoncavallo.

Nel 1927, in pieno regime, Gravelli gli ripubblica ventitré favole che intitola Favole fasciste, perché “… hanno un’anima amante di chiarezza, di purità, che ben si possono dire fasciste”. In realtà Trilussa rifiuta la tessera politica, così come pure la definizione di “antifascista”: la sua opposizione al regime è nota, ma silenziosa.

Qualcuno accosta il nome di Trilussa a quello di Benedetto Croce per il loro modo di essere antifascisti.

Malgrado abbia sempre pubblicato volumi di sonetti e scritto testi per Petrolini e Fregoli, non cessa mai di essere assillato da problemi economici e, dopo la guerra la salute si fa malferma, e la sua asma peggiora. Ormai esce di rado e anche in casa non riceve quasi più; rinuncia persino all’amato bicchiere di vino di Frascati. Lo accudisce da anni, in maniera ammirevole, Rosa che funge da segretaria, governante, infermiera.

Il 1 dicembre 1950, il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi lo nomina senatore a vita per “altissimi meriti nel campo letterario e artistico”. Non ha però il tempo per beneficiare dell’atteso provvedimento: si spegne infatti venti giorni dopo, il 21 dicembre 1950.

Non vede realizzato nemmeno il suo ultimo desiderio: la raccolta in un solo volume di tutte le sue poesie viene infatti pubblicata postuma, nel 1951.

Il successo

Ma a frequentare il Trilussa più quotidiano, specie grazie alle sue camminate giornaliere, vi era una pletora di guardaportone, fantesche, giovani di bottega, uomini di fatica, geni e cucitrici, bottegai, vetturini, osti cioè i personaggi che animavano i suoi versi. Per Trilussa, il caldo affetto che fin dai primi esordi lo circondò, divenne un’incredibile popolarità che non lo abbandonò mai.

Tutto ciò non gli fece guadagnare alcuna critica letteraria, giacché in Italia il successo popolare è sempre guardato con sospetto da parte di certi principi delle recensioni.

“Il popolo non ha gusti letterari raffinati”, ergo non può decretare veri successi.

Ma il Salustri sbaragliò l’argine delle critiche ottenendo, con la propria attenta sensibilità di forgiatore della parola italiana e romanesca, l’attenzione dei lettori alla sua poesia “nata in mezzo al popolo”, come soleva dire.

Le sue raccolte di poesie ben presto incluse nelle collezioni di un grande editore come Mondadori, ebbero subito un immenso successo. Per le migliaia di copie pubblicate e vendute di ciascuna edizione si poteva parlare di un vero e proprio fenomeno letterario, che per l’Italia aveva del miracoloso.

Trilussa fu l’unico fra i poeti italiani, a poter vivere dei suoi “versi”, forse perché nell’Italietta il popolo amava sentirsi spalleggiato e protetto contro i potenti, nascondendosi tra le sue rime.

“Spesso più che la stima è la prudenza
Che ce consija a fa’ la riverenza.
Quanta gente in politica ha adoprato
Er vecchio lavamano de Pilato”.

Era come se con lui, ciascuno si sentisse autorizzato a schernire, ridicolizzare, smitizzare con irriverenza tutti e tutto. Contenuti semplici, parole alquanto veloci e pungenti, a volte intrise di saggezza popolare; il tutto espresso anche in un romanesco aperto e comprensibile anche a chi romano non era.

Lui porgeva a tutti il piacere della lingua parlata nella Roma neo capitale d’Italia, dando la possibilità a tanti funzionari venuti da Torino, da Firenze di sciogliere le loro loquele nell’imperante dialetto teverino e papalino.

Trilussa, generosamente, ha rappresentato, per tanti immigrati, una serena fase di adattamento; una possibilità, data a tutti, d’impossessarsi del mito di Roma e potersi sentire “civis romanus”. La Roma, in cui si muove Trilussa è la nuova capitale, che inizia a diventare il centro burocratico ed amministrativo d’Italia.

“Lo struzzo magna più der necessario
Perché se crede un alto funzionario”

Nei piani alti del potere, nelle stanze dei bottoni, si inaugurava la stagione sempreverde del trasformismo con un alto numero di piccoli impiegati, segretari, portaborse, portinai, facchini e camerieri: tutta la variegala fauna, immersa mella mentalità piccolo borghese dell’Italietta che si muove intorno ai palazzi del potere e che andrà ben presto a far parte del suo “serraglio”.

 

La prima battuta che fece alla sua fedele governante Rosa, quando nel ‘50 venne nominato senatore a vita, per gli altissimi meriti letterari, fu: “semo ricchi”. Ma non ne godette, perché soli venti giorni dopo, con la stessa eleganza con la quale visse, se ne andò commentando;

“invece de famme senatore a vita… m’hanno fatto senatore a morte!”

Che beffa! Se fosse nato settantanni dopo sono certo che oggi Trilussa sarebbe stato talmente ricco da non riuscire a spendere tutti suoi soldi neppure con le mani bucate che si ritrovava. Che successo avrebbero avuto le sue apparizioni negli show televisivi, le sue performances di cabarettista, i testi che avrebbe sicuramente scritto per i comici di tv, teatro e cinema!

Rosa Tomei gli fu vicino tutta la vita, in silenziosa adorazione. Alla sua morte lottò (ahimè invano) affinché lo studio non fosse smontato e conservò gelosamente tutte le carte, i disegni e le cose lasciatele dal “sor padrone” vivendo della generosità di amici, ma non vendendo nulla. Mori a cinquant’anni nel ‘66, lasciando tutto all’Istituto di Studi Romani e fornendo la base per l’istituzione del Museo di Trilussa in Trastevere.

Il Poeta “mascherava”, come tanti, le proprie emozioni occultandole, magari, dietro ad una lacrima, e tra le risate, toglieva il velo ai buoni sentimenti e alle ideologie di tutti i colori.

Rivoltava, smontandoli, dall’ipocrisia anche i buoni propositi per scoprire che “fratellanza” fa sempre rima con “panza”: aristocratici, preti intellettuali, politici, gente del popolo, ce n’era per tutti.Con la sua pungente satira Trilussa, da buon romano, abituato a vivere tra sacro e profano, ebbe a includere tra i suoi versi, anche cose che riguardavano “le nere tonache”, ovvero gli uomini di chiesa, senza mai dissacrare alcuno.

Don Pietro, er presidente, fa la storia
de come vanno l’organizzazione;
dice: – Co’li tranvieri va benone,
co’li scopini è stata una vittoria.
-Poi parla de le cariche sociali,
de l’elettori, de l’affari sui,
e de banche e de sconti e de cambiali.
De tutto parla meno che d’Iddio,
e forse er Cristo penserà fra luì-
Se so ‘scordati che ce so’pur ‘io-

La sua satira non risparmiava nessuno perché era lui per primo, nei suoi versi veramente, a non prendersi sul serio.

Da allora in poi nasconno li dolori
de dietro a n’allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità

Amò molto, ma con moderazione, il buon vino:

Si me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino,
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia
Dentro a ‘sta boccia trovi er bonumore
che canta l’inni e t’imbandiera er core.

Durante una campagna elettorale i socialisti affissero per tutta Roma le rime de “La cornacchia liberale”, una poesia che conclude così:

Oggi che la coscenza nazionale
s’adatta a le finzioni de la vita
Oggi ch ‘er prete è mezzo libberale
e er libberale è mezzo gesuita
se resti mezza bianca e mezza nera
vedrai che t ‘assicuri la cariera

detto fatto, un’ora dopo i liberali rispondevano, per le rime, con altri versi di Trilussa, quelli de “Er compagno scompagno”

Io che conosco bene l’idee tue
so’ certo che quer pollo che te magni,
se vengo giù, sarà diviso in due:
mezzo a te, mezzo a me…Semo compagni
No, no – rispose er Gatto senza core –
io non divido gnente co’ nessuno:
fo er socialista quanno sto a diggiuno,
ma quanno magno so’ conservatore!

Versi, che qualcuno, ingiustamente e con “il senno di poi”, ha tacciato di malafede e di cinismo. Ma, ogni essere pensante, in tali versi, dovrebbe solo riconoscervi una verità spicciola non smentibile.
La coerenza non fa parte, in genere, del corredo cromosomico degli uomini politici. A elezioni tenute, chi fosse il vincitore poco importa, ecco “Er ministro novo”:

Mò va gonfio, impettito, a panza avanti:
nun pare più, dar modo che cammina
ch’ha dovuto inchinasse a tanti e tanti
Inchini e inchini: ha fatto sempre n ‘arte!
Che novità sarà pe’ quella schina
de sentisse piega dall’antra parte!

La religiosità

Niente per Trilussa appariva intoccabile, né abbastanza sacro ma, per quanto si accanisse contro i preti, nulla nei suoi versi fu gratuito, volgare o offensivo nei confronti di Dio.
Egli ebbe un’alta idea della divinità: la Fede è qualcosa di puro, di essenziale, attuato, al tempo stesso, con una prassi complicata e macchinosa.

Credo in Dio Padre Onnipotente, ma…
-Ciai quarche dubbio? Tiettelo per te.
La Fede è bella senza li ‘chissà’ ,
senza li ‘come’ e senza li ‘perché’

Una sua poesia fu persino recitata nel ‘78 da papa Luciani in occasione di un’Udienza Papale:

La politica

Trilussa ha attraversato ottant’anni di storia italiana con la leggerezza di quell’ape da lui cantata in una delle sue ultime poesie.

C’è un ‘Ape che se posa
su un bottone de rosa
lo succhia e se ne va
tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa

Un’ape che, peraltro, non ha mai mancato di punzecchiare, anche se con irrispettosità leggera, tutti i regimi che ha attraversato, né di vagare fra i posti più impensati raccogliendone i pensieri occulti, e sorridendo tra sé prima ancora di far sorridere altri.

“Un certo giorno l’Uomo del destino,
trovandosi invitato ad un festino,
gonfiò il petto meglio di un tacchino
e salutò il Poeta tra i presenti:
“Al più grande di tutti io m’inchino”
“È pur vero” rispose quello sull’attenti
“non è da tutti misurar due metri”

L’uomo del destino? Ma, Mussolini ! Il Poeta? Una pertica d’uomo di quasi due metri, ancora con un’espressione da fanciullone scanzonato.

Ciavevo un gatto e lo chiamavo Ajò;
ma, dato ch ‘era un nome un po giudio,
agnedi da un prefetto amico mio
pe ‘ domannaje se potevo o no:
volevo sta tranquillo, tantoppiù
eh ‘ero disposto de chiamallo Ajù.
“Bisognerà studia – disse er prefetto—
la vera provenienza de la madre” _
Dico: “la madre è n ‘angora, ma er padre
era siamese e bazzicava er Ghetto;
er gatto mio, però, sarebbe nato
tre mesi doppo a casa der Curato”.
“Si veramente ciai ‘ste prove in mano,
-me rispose l’amico -se fa presto
La posizione è chiara”. E detto questo
firmò una carta e me lo fece ariano
“Però -me disse- pe’ tranquillità,
è forse mejo che lo chiami Ajà”.
E sui “frammasoni”:
So’muratori, sì, ma mica è vero
che tè vengheno a mette li mattoni!
Loro so ‘muratori d’opinioni,
cianno la puzzolana ner pensiero

Lo stile

Il mondo di Trilussa è fatto di “gentaglia e gentarella” con tutte le caratteristiche degli uomini comuni. Ce n’è per tutti, uomini e donne con le loro falsità, la loro fatuità e la loro irriconoscenza per il bene ricevuto. Il mondo che è immerso nei suoi sonetti spesso presenta un vivere discutibile, gretto, insufficiente.

La sua metrica e la sua ritmica sono degni della grande tradizione romanesca del Belli e la stessa critica gli riconosce una grande perizia, sia lirica che tecnica.
Ha, secondo molti, la facoltà di concepire tutto in sonetti; di ridurre il mondo e la vita dentro al suo spadroneggiare, di far quadrare le rime e gli endecasillabi che divengono una sublime canterina espressione: come il cantare dei sampietrini “de via nazionale” sotto alle ruote di una carrozzella di piazza.

Come il Belli, Trilussa è maestro nel rispetto del “romanesco”, della ferrea cornice del sonetto. Entrambi dipingono quadri vivi ed essenziali, senza superfluità, né ritagli, né sforature, con quei versi precisi e cadenzati nei quali la frase combacia logicamente con l’endecasillabo.

Molti critici, fin dagli inizi, quasi a denti stretti, dovettero scrivere che “Trilussa è artista di piccola, ma sicura forza”.

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Le “Favole”

La stessa abilità si ritrova nelle favole, concepite in forme più libere rispetto al sonetto con metri e strofe diversi che si mescolano tra loro; cambiano anche i personaggi, che non sono più uomini, ma animali, sempre vittime dei potenti, della loro natura e delle loro meschinerie.

Sostanza e filosofìa restano quindi le stesse, anche se alle “bestie” spesso Trilussa riconosce qualità morali superiori a quelle degli uomini: ecco come il porco consola il somaro condotto al macello:

-Bisogna esse filosofo, bisogna-
je disse er Porco – via nun fa’ lo scemo
che forse un giorno se ritroveremo
in quarche mortadella de Bologna

Dopo aver riveduto e corretto le favole della tradizione si slanciò nell’invenzione originale con una vera parata di fuochi d’artificio: polli, oche, somari e cavalli, piccioni e aquile, sorci e gatti, leoni, pecore e maiali, tutti intenti a disquisire, a sentenziare, a litigare nel comune segno del tornaconto.
Ecco, ad esempio, il dialogo fra l’Aquila Romana e la Lupa chiusa in gabbia, che conclude:

Pur’io, va’là, ciò fatto un ber guadagno
afa’la balia a Remolo! accicoria!
Se avessi da rifa’la stessa storia
invece d’allattallo me lo magno!

Quanto poi alla differenza originaria fra l’Uomo e le Bestie, ce la dice una Scimmia ne «L’Antenato»:

L’Omo è sceso da la Scimmia:
– borbottava un Professore –
nun me pare che ‘sta bestia
ciabbia fatto troppo onore…
“È questione de modestia,
– je rispose un Ranguttano –
l’importante è che la Scimmia
nun sia scesa dar cristiano”.

E quanto lirismo c’è in questa tartaruga!

Mentre, una notte, se n ‘annava a spasso,
la vecchia Tartaruga fece er passo
più lungo de la gamba e cascò giù
co’la casa vortata sottinsù.
Un Rospo je strillò: – Scema che sei!
Queste so’scappatelle
che costano la pelle…—
– Lo so, – rispose lei
– ma prima de morì vedo le stelle-.

Per non parlare della sana morale della colomba, incidentalmente atterrata in una pozzanghera

…s’inzaccherò le penne e bonasera.
Un Rospo disse: – Commarella mia,
vedo che, pure tè, caschi ner fango…
-Però nun ce rimango…
– rispose la Colomba. E volò via.

È già satirico rappresentare nella bestia l’uomo con i suoi vizi, ma Trilussa è andato oltre; ha ritratto la bestia come migliore dell’uomo e ha sottolineato come spesso essa ne sia la vittima.

Un gatto soriano diceva a un Barbone:
-Nun porto rispetto nemmanco or padrone,
perché a l’occasione je sgramo la mano;
ma tu che lo lecchi tè becchi le bòtte:
tè mena, tè sfotte, tè mette in catena
cor muso rinchiuso e un cerchio cor bollo
sull’osso der collo.
Seconno la moda te taja li ricci
tè spunta la coda… Che belli capricci!
Io, guarda: so ‘un Gatto, so’ un ladro, lo dico:
ma a me nun s’azzarda de famme ‘ste cose…
Er Cane rispose:
– Ma io… je so’amico!

Dissacrare, smontare, smascherare. Trilussa prende spunto dalle favole di La Fontaine per rovesciarne il finale, riportandolo alla sua morale. Così la sua cicala canta tutta l’estate incurante dei saggi consigli della formica e quando arriva l’inverno le confida:

“mò ciò l’amante: me mantiè quer Grillo
che ‘sto giugno me stava sempre appresso.
Che dichi? L’onestà? Quanto sei cicia!
M’aricordo mi’ nonna che diceva:
Chi lavora cià appena una camicia,
e sai chi ce n’ha due? Chi se la leva”;

La ranocchia, dal canto suo, memore di quella antica progenitrice che a furia di gonfiare il petto era scoppiata, riflette:

“Nun è possibbile ch’io possa
diventà come lui: ma che me frega?
A me m’abbasta d’esse la più grossa
fra tutte le ranocchie de la Lega”

Il lirismo e la saggezza

La sua poetica è vita vissuta, sembra la cronaca de “Il Messaggero”. Trilussa raccontava che quando la gente, incontrandolo, gli chiedeva “Come fa? I versi che le vengono se li scrive subito? Non ha paura di dimenticarli?” Lui rispondeva gentile: “quelli che ho dimenticato non meritavano di essere ricordati”. Proprio il suo “cavalcare” la cronaca, gli fece volutamente evitare i fatti delle due guerre e per questo fu rimproverato da molti critici che gli contestarono molte liriche per il clima “pantofolaro” e familiare.
In realtà qualche poesia di tempo di guerra, c’è, come: “Il Natale di guerra” o “La ninna-nanna de la guerra” che, a riprova del cordone ombelicale che lega Trilussa ai romani, molti anni dopo sarebbe stata musicata da Claudio Baglioni. Scorrere ora quelle poesie ci fa provare un brivido nel pensare allo strazio dei bombardamenti e dei massacri:

“Sur vecchio campanile der convento
nun c ‘è la rondinella pellegrina
che canta la canzone der momento:
però, in compenso, romba e s’avvicina
un trimotore da bombardamento”.

Salustri, dietro ai versi trilussiani, avvertiva fin da prima della guerra come il suo non fosse sciocco scetticismo piccolo borghese, o banale e superficiale orrore del macello, ma un senso di smarrimento ben più vasto, unito ad una compassione eterna per la piccolezza umana. Trilussa vive incessantemente “co’ ‘na malinconia”, in una tristezza intrisa d’impotenza.
Soffre sempre in prima trincea per la giustizia e la verità. Ed è sempre dalla parte degli uomini perché non cessino mai di immaginarle, di sognarle, di sentirsi pronti per dare loro consistenza in terra.
trilussaLa sua saggezza traspare da questi aforismi:

L’uomo si crede scaltro
quando conquista un altro;
ma il migliore successo
è conquistar se stesso.
***
Quasi sempre chi sacrifica la coscienza
a l’ambizione brucia un albero fruttìfero
per raccogliere carbone.
***
Quando l’orgoglio pensa: « Non posso »
dice: « Non voglio ».
***
Talvolta più che il merito è l’imbroglio
che viene incoronato in Campidoglio.
***
Innanzi a certi ostacoli il caso fa miracoli;
l’apostolo Tommaso fu santo per un caso.
Il caso ci protegge più di qualunque legge.
***
Per raggiunger certi scopi
tutti i mezzi sono buoni:
son parecchi quei leoni
che si servono dei topi
***
Er vecchio Nano de la pantomina,
pe ‘comparì più grande e più importante,
se fece pijà in braccio dar Gigante:
ma diventò più piccolo de prima.

Trilussa (che conservava sul comodino, negandolo, i canti di Leopardi) fu anche un delicato lirico:

Perché ciavemo tutti in fanno ar core
la cantilena d’un ricordo antico
lasciato da ‘na gioia o da un dolore

Versi, tesi per l’aere romano, come ricercate lunghe note “respighiane”; stesi per i vicoli romani, come biancheria splendente al sole; quelle rapide aperture sempre mascherate che fanno capolino in una sera d’estate; quei malinconici parchi e scialletti consunti stretti intomo a spalle magre; tutte immagini che sono come “un piacere de sentì dolore” nella favola che tutti conosciamo:

“Pe’conto mio la favola più corta
è quella che se chiama Gioventù:
perché c’era una vorta
e adesso non c’è più.
E la più lunga? è quella de la Vita:
la sento raccontà da che sto ar monno,
e un giorno, forse, cascherò dar sonno
prima che sia finita”.

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