L’anima (psyché) nella cultura occidentale è un’invenzione dei Greci.
Platone la descrive nel “Fedone”, nella “Repubblica” e, soprattutto nel “Fedro”.

Egli afferma con decisione: “L’uomo/la donna è/sono l’unione provvisoria di corpo e anima, che ha inizio con la nascita e termina con la morte. L’Anima ci sopravvive”.

Tale dualismo Platone lo deriva dalla tradizione degli antichi riti Orfici, per cui l’anima vive nel corpo, nel soma, come in una prigione, in esilio. Ma l’anima, aggiunge Platone, ha natura divina e svolge innumerevoli funzioni.
L’Anima è movimento, vitalità, stimolo alla conoscenza, capacità di apprendere dall’esperienza, sempre in contatto con i sensi e l’emotività.

In uno dei suoi celebri dialoghi afferma:

“L’anima è ragione e attaccamento ai sensi, è ardore passionale che può metterla al servizio dei due piani di realtà: quello del pensiero e l’altro, di natura sensoriale”.

Il massimo punto di “visionaria descrizione” dell’anima e della sua natura è quello, notissimo, della biga alata.

“L’anima è un cocchio alato guidato da un’auriga, la ragione, e trascinata da due cavalli: uno bianco che rappresenta la generosa irascibilità, l’altro nero: l’ignobile concupiscenza”.

Il cavallo bianco è domabile, l’altro – il nero – tende a tirar giù l’anima che vola verso i cieli, facendo di tutto per infangarla. L’auriga, la psiche, la ragione, non riesce più a controllare la sua forza ed il cocchio (l’anima) subisce sbalzi, forti scossoni che gli impediscono di scorgere molto più cielo, più idee, così il cocchio si appesantisce e cade.
Le anime, solo dopo aver intuito l’essenza del mondo delle idee, s’incarnano negli uomini. La loro immortalità dipende da questa continua incarnazione, caduta, risalita (metempsicosi). Ma come può risalire una volta caduta, imbrattata, infangata? Con l’amore, generatore di bellezza. Eros fa riacquistare all’Anima le ali e le permette la nuova ascesa verso i cieli dove sono le idee, nel mondo iperuranio. Lì l’anima ritroverà la possibilità della conoscenza grazie al suo incontro con la verità.
Platone usa il termine psychè 1143 volte, Plotino 1509, Aristotele 400 (G. Reale). Quest’ultimo, al contrario del precedente, afferma: “L’anima è l’atto primario di un corpo e non può esistere senza di esso”.
Sembra incredibile che Aristotele, oltre due millenni fa, avesse intuito cose che le neuroscienze stanno precisando oggi. “Esistono tre diversi tipi di anima” scriveva “e presiedono ai funzionamenti del corpo. L’anima vegetativa usata per nutrizione e riproduzione; l’anima sensitiva, che rende comprensibili sensazioni, piaceri, dolori; infine l’anima razionale, intellegibile, che – quando si attiva – assorbe le prime due. Il rapporto fra corpo e anima è lo stesso che esiste fra materia e forma, fra potenza e atto. L’anima è la funzione con la quale gli esseri umani attuano lo scopo della loro natura (entelechia)”.

Corpo e anima formano un’unità indissolubile: sono un tutt’uno che una volta va considerato come “potenza” ed una volta come “atto”. Chi dice anima dice corpo.

Il più diretto, il più veritiero ed essenziale fu Democrito:

“La vita psichica esiste come risultato di un funzionamento complesso della materia, degli atomi che interagendo fanno funzionare il corpo e ci fanno pensare che non vi è finalismo nella natura né nel funzionamento del corpo. L’anima non esiste”.

Sembra che dicendo “atomi” ci stia parlando di neuroni, sinapsi, neurotrasmettitori, enzimi, secrezioni chimiche…
Altro che “tabula rasa” sulla quale le impressioni sensoriali tracciano via via dei segni che danno poi origine a tutte le operazioni successive, come insegnava Aristotele.

L’anima e il cristianesimo

Nei Vangeli “anima” sta per “vita” e codesta affermazione rappresenta una contraddizione con il concetto espresso dai Greci.

“L’anima apprende sé stessa come un oggetto che è, conosce il suo essere e ama il suo essere, il suo conoscere”.

L’anima dei cristiani tende all’unità del suo essere, che si attua nell’amore.

Siamo alle prime difficoltà di un percorso di conoscenza. Per i Cristiani l’anima è riferita all’idea spirituale dell’incarnazione del “Cristo”. La sostanza dell’anima rappresenta, per i credenti, il legame strutturale-relazionale essere umano↔Dio.

Tant’è che la teoria, il dogma dell’anima non rappresenta una facoltà, una potenza, ma la capacità di tenere insieme, attraverso Cristo, l’essere umano e Dio. Dio libera l’anima da sé stessa in modo che l’apporto divino-umano avvenga con l’anima senza mediazione.

Perfino Cicerone credeva nella natura immateriale dell’anima, sostenendo che “tra tutte le teorie sull’anima e sull’immortalità dell’anima dobbiamo valutare la più verosimile”, cioè quella di Platone, anche se non accettava l’idea di una realtà soprannaturale (Iperuranio). Dunque l’uomo muore nel corpo e non nell’anima.

Questo è il preambolo. Ma di cosa vogliamo dialogare? Atteniamoci piuttosto ai fatti concreti, riconducibili alla scienza o alla neuroscienza.

L’anima e le neuroscienze

Ecco, se questi sono alcuni dei modelli interpretativi dell’anima ci possiamo porre molte domande alle quali non è possibile dare risposte coerenti e corrette.

Volendo andare oltre, e provando a non cadere nella blasfemia, se l’anima è un’incarnazione allora in quali processi bio-fisiologici si colloca la vita? Come viene registrata la sua presenza e cosa succede quando un organismo muore?
Ogni tentativo di varcare i confini della conoscenza porta ad incontrare “l’insensatezza”.

Quale risposta dare, da parte di “scienziati”, di “psicoanalisti” alla domanda: di che natura è questa… idea..struttura… rappresentazione che, con grande impeto, religiosi, fideisti, teologi hanno inculcato nella maggior parte degli esseri umani?

Karen Horney, celebre psichiatra e psicoanalista tedesca scomparsa negli anni ‘50, definisce l’anima come “un’immagine idealizzata equivalente ad una creazione artistica in cui gli opposti appaiono riconciliati”.

Una congettura molto condivisibile. Anche se immediatamente scatta in me una considerazione: può essere che uomini e donne percepiscano come esistente l’anima, mentre sono incapaci di essere consapevoli di caratteristiche superficiali quali la propria regione dorsale (le spalle, il sedere), la pianta del piede, i gomiti?

Non solo. Sono/siamo, sempre come umani, poco abili nell’usare l’astrazione per superare le nostre rigidità e i nostri fallimenti. La maggior parte li nega.

Ma afferma con decisione, anzi con aggressività: “L’anima esiste! C’è anche in te, brutto miscredente!” Noi miscredenti – illuministi – sappiamo (e ne sono a conoscenza anche i credenti) che milioni di segnali esterni veicolati dai sensi e dalle fantasie, vengono incanalati, istante per istante, nel corpo, nel cervello, per “prepararci” ad un’azione.

Flussi di ioni di calcio, potassio, sodio, neurotrasmettitori serotoninergici, dopaminergici, adrenergici continuamente attivi finché siamo in vita, rappresentano la nostra vera essenza: ci fanno vivere.Questo impianto neurofisiologico che, in modo più sofisticato possiamo chiamare “il ribollire in noi e nei nostri corpi delle particelle elementari” (gluoni… muoni…) che dà senso a una miriade di eventi, fatti, emozioni, è il nostro  esistere e non è l’anima.

Spenta l’orchestra di geni, proteine, ioni… tutto finisce e si ricompone in altro modo secondo altri codici genetici.

L’incorporea anima che, morto l’organismo, si invola verso i cieli dove sopravviverà, felice, in eterno per quanti ancora – e per quanto tempo – continuerà ad essere verità? Di un computer rotto, di una macchina inutilizzabile, di un essere vivente “deceduto”, non rimane che la “memoria” (altri neuroni posizionati ed impressi, altra chimica in movimento) in chi sopravvive.

Allora per che cosa vivere?

Per lo stupore e la bellezza di tutto ciò che ci circonda; per le emozioni, i sentimenti che continuamente ci catturano!ivere nonostante gli imprevisti negativi, i dolori è una stupefacente avventura che va spinta il più avanti possibile e nel migliore dei modi, guadagnando ogni attimo fra un’infinità di tempo che ci ha preceduto e l’infinita eternità che seguirà la vita di ogni essere vivente.

Chiedersi se ci sia uno scopo, un fine diverso nella vita dell’Uomo, a mio parere, prevede la la medesima risposta di quella data da La Planche a Napoleone quando questi gli chiese se nei moti dei pianeti del sistema solare non ci fosse la mano di Dio.

La risposta fu “si tratta di un’ipotesi non necessaria”.

L’anima?

Lasciamo la libertà di credere alla sua esistenza a tutti coloro che lo desiderano o lo necessitino.
Per il resto di noi: che un velo ci venga steso sopra! (Il più tardi possibile…)

 

Giuseppe De Vita
Psichiatra, psicoterapeuta

email: devipi@libero.it
3687400581

Nasce il 5.9.1948 in una piccola città pugliese nota come “la porta del Gargano”: Manfredonia.

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Laurea in Scienze Naturali conseguita a pieni voti presso l’Università di Bari il 23/11/72
Laurea in Scienze Biologiche conseguita a pieni voti presso l‘Università di Roma il 23/07/76
Laurea in Medicina e Chirurgia conseguita presso l’Università di Roma il 24/02/81 summa cum laude

Titoli professionali:
Abilitazione all’esercizio della professione medica: Aprile ’81
Abilitazione all’insegnamento della Matematica e Oss. Sc. il 10/11/’75
Abilitazione all’insegnamento di Scienze Naturali, Chimica e Geografia nelle Scuole Superiori il 2/3/’77
Abilitazione all’insegnamento d’Igiene Mentale e Neuropsichiatria Infantile negli Istituti Professionali il 25/5/’87
Specializzazione in Matematica Moderna presso la Mathesis di Roma
Specializzazione in Psichiatria presso l’Università di Napoli il 17/6/’85.
Specializzazione in Psicoterapia dal 1990 (O.M.)
Professore a contratto presso l’Università Roma Tre Scienze della  Formazione per Laboratorio di Psicologia Clinica, Neuropsichiatria Infantile, Psichiatria e Psicologia Dinamica c.a. dal 2001 a tutt’oggi .
Consulente professionale in qualità di Psichiatra,  Psicoterapeuta e Psicoanalista di Gruppo presso l’istituto di riabilitazione neuromotoria C. Franceschini dal ’91 a tutt’oggi
Editorialista della rivista FORUM dal 2002 a tutt’oggi
Docente presso l ’ I.I.P.G. dal 1993 a tutt’oggi

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